Eugenio Bennato è un cantautore e musicista italiano, uno dei maggiori esponenti della musica popolare, da sempre la sua voce richiama condivisione e fratellanza tra popoli. 

Qualcuno sulla terra è il suo nuovo progetto dedicato all’amore universale, è un viaggio musicale ispirato alla creazione del mondo. Una raccolta di brani inediti che raccontano il cammino dell’uomo, attraverso nascite, ribellioni e nuovi equilibri dove Bennato dirige il sestetto vocale Le Voci del Sud da lui fondato, con interventi solisti dello stesso autore e della straordinaria voce di Pietra Montecorvino. Questi i titoli: L’amore muove la luna, Fiat Lux, L’arca di Noè, Kifaya, Non c’è ragione, Ballata di una madre, Qualcuno sulla terra. Segue la suite musicale A Sud di Mozart, scritta a quattro mani da Eugenio Bennato e Carlo D’Angiò nel 1988.

Dalla laurea in Fisica alla musica, come hai conciliato questi due mondi? Ho scelto fisica perché è una scienza che permette di viaggiare e di viaggiare con i libri, perché la fisica non è solo nozionismo ma necessita la comprensione dei meccanismi, in questo senso non dovevo ingolfarmi di dati e nozioni ma soprattutto comprendere come gira la matematica, la fisica nucleare. Poi caparbiamente ho iniziato ad appassionarmi di musica con La Nuova Compagnia di Canto Popolare e quando tornavo a casa andavo in Facoltà per dare gli esami. La conoscenza della fisica e della matematica cambia il modo di vedere le cose, io lo avvertivo mentre studiavo e quindi andavo avanti in questa ricerca, la musica va in una direzione per alcuni versi parallela per altri divergente.

Tu trascendi un po’ la figura tradizionale del musicista cantautore. Il tuo sembra essere un progetto culturale vasto in cui la musica è uno degli strumenti che utilizzi per trasmettere un messaggio. In che modo musica e contenuto si intrecciano? Innanzitutto c’è la partenza dallo stile popolare che si contrappone in maniera decisa alla musica di consumo e alla musica leggera, non dico alla musica classica perché ha preso tantissimo dal popolare. Ci sono degli elementi che hanno una certa simmetrica nella semplicità dei canti che il popolo tramanda; partendo da questo stile musicale legato alla musica popolare ho sempre trattato temi con un centro forte come il brigantaggio, l’immigrazione, il Mediterraneo. In questo senso sono orgoglioso di essere un precursore di questi argomenti. Vent’anni fa di briganti o di Mediterraneo non si parlava e anche la musica etnica era relegata al dimenticatoio della società.

Hai affermato che Fabrizio De Andre è uno dei grandi punti di riferimento del popolo della Taranta, perché? Cosa rappresenta l’universo della Taranta? E’ un universo che si contrappone alla cultura dei Talent Show, si oppone nettamente perché è fatto da una tipologia di ragazzi completamente diversi da quelli che per esempio vanno da Maria De Filippi.

È una contrapposizione netta e visibile e lo si può notare facilmente nelle occasioni in cui ci sono raduni del popolo della Taranta. Per questi ragazzi un artista come Fabrizio De André diventa un punto di riferimento perché è il classico esempio di cantautore che parte ispirandosi allo stile di artisti francesi come Jacques Brel e dei menestrelli del passato, lo si vede nella semplicità di una conduzione fatta di voce e chitarra che è tipico del suo stile.

Come hai accennato poco fa, hai scritto molte canzoni sul brigantaggio portando all’attenzione popolare figure come Carmine Crocco o Ninco Nanco. Secondo te i briganti possono essere davvero considerati come dei partigiani, come una nuova storiografia sostiene? Innanzitutto l’ho fatto per sottrarli all’anonimato della storia. L’estate scorsa mi è venuto a trovare dietro le quinte un bambino di 4 o 5 anni che cantava Ninco Nanco, la conosceva tutta e la cantava con l’immediatezza dei bambini, e ho pensato che dieci anni fa nessun bambino avrebbe potuto cantare Ninco Nanco e forse neppure un adulto perché era sconosciuto. Oggi sono diventati personaggi che lasciano il segno nella storia. Gli storici hanno il compito di valutare quanto è accaduto. Sicuramente Ninco Nanco è stato un grande rappresentante degli uomini contro, tra l’altro la sua immagine fotografata dai Piemontesi dopo averlo ucciso rimanda a tanti uomini contro della storia, primo tra tutti Che Guevara. Se vi toglierete la curiosità di cercare questa foto noterete quanto è impressionante la somiglianza con Che Guevara.

Hai mai pensato di raccontare la storia dei molti soldati meridionali che non hanno accettato il re piemontese e si sono rifugiati in Crimea? Ancora oggi in Crimea c’è una comunità italiana che conserva la propria identità.  No, lo prendo come un invito. Ci tengo però a dire che ho un rapporto davvero emozionale con la Russia e la sua grande cultura che mi ha influenzato molto. Ho avuto la possibilità e il privilegio unico di fare tre tour in Unione Sovietica, nel periodo di Leonìd Il’ìč Brèžnev,  invitato da un’associazione che si occupava di rapporti tra Italia e Unione Sovietica e abbiamo avuto il privilegio di girare con La Nuova Compagnia di Canto Popolare e di andare da Leningrado a Mosca, Minsk, Kiev, Riga.  Abbiamo potuto vedere la realtà sovietica da dietro le quinte perché non erano viaggi organizzati e ci siamo resi conto di una situazione inimmaginabile per noi e abbiamo capito la grande confusione e l’ipocrisia dell’Occidente intellettuale che diceva che andava tutto bene, mentre vedevamo delle cose per noi allucinanti che accadevano nelle strade. Da qui forse una delusione rispetto al grande amore che ho per la Russia e per la sua cultura. Potrei citare il grande Bulgakov che era lo spirito più vivo dell’epoca, ricordo per esempio Il maestro e Margherita che al tempo arrivava in Occidente ma era vietato in Unione Sovietica. La grande cultura russa e la grande musica russa sono una ricchezza dell’umanità che mi ha anche influenzato.

“Qualcuno sulla terra” è un album composto da brani ispirati alla creazione del mondo, con un focus sul cammino dell’uomo. E’ la proposta di un nuovo umanesimo senza tempo in cui la religione s’incontra con la ragione e con i sentimenti popolari? Ho scritto queste cose perché mi è stato proposto di scrivere una mini opera sulla creazione del mondo, quindi ho espresso le mie idee: al centro c’è la bellezza che è la manifestazione più concreta dell’essenza divina e la capacità dell’uomo di coglierne la grandezza che è un bene immateriale con un potere straordinario. Poi c’è il gusto di utilizzare lo stile popolare, per esempio la filastrocca che racconta che nel primo giorno Dio rapisce il buio e l’ignoranza, nel secondo pensò agli astri, poi al sole e alla luna e poi divise la terra e il mare. Tutto questo è raccontato con lo stile popolare del canto cumulativo. C’è il racconto sull’arca di Noè che è l’esemplificazione della responsabilità dell’uomo che tra tutti gli essere viventi è l’incontrastato dominus, il più aggressivo di tutti, sull’Arca di Noè ci sono tutti gli animali e l’uomo che li comanda tutti.

Poi c’è Kifaia: in quel periodo stavano scoppiando le rivoluzioni arabe, le rivoluzioni dei gelsomini che hanno avuto delle conclusioni contraddittorie però hanno rappresentato una grande esplosione della volontà giovanile, perché tanti ragazzi hanno riempito le piazze e sono riusciti a scalzare il potere di tiranni che sembravano inamovibili. Un altro brano si intitola Non c’è ragione e qui c’è il mio essere diviso in una parte razionale e una irrazionale o spirituale. Il brano parla del privilegio dell’uomo che, attraverso la ragione, può comprendere le cose e del fatto che non c’è motivazione di tante cose come la guerra, la violenza, che avvengono da sempre nella storia dell’uomo. I testi hanno molteplici significati.  Nel canto finale Qualcuno sulla terra dico che tutto ciò che è avviene nella storia è sempre fatto da qualcuno sulla terra. Di conseguenza, tutti gli uomini sono responsabili e non bisogna nascondersi dietro ad atteggiamenti falsificanti rispetto agli eventi che sono soprattutto prodotti da chi comanda ma la responsabilità è anche un po’ di tutti.

In “Qualcuno sulla terra”, hai collaborato con “Le Voci del Sud” che è un quartetto musicale che hai fondato tu. Quanto è importante per un artista che ha il tuo bagaglio puntare sui giovani? E’ una cosa che mi è sempre successa e sono fiero di dire che il mio pubblico ha un età media molto bassa: ci sono giovani, ragazzi e ragazze ma anche bambini.  Le Voci del Sud le ho trovate in qualche modo preparate perché seguivano la mia musica da quando hanno cominciato a fare arte e il loro percorso è stato facilitato dalla fiducia e ammirazione nei miei confronti. Così abbiamo iniziato a fare dei lavori insieme e Qualcuno sulla terra è tra questi. Anche A Sud di Mozart è un fermare questo entusiasmante connubio tra me che metto a disposizione la mia esperienza, il mio bagaglio, e loro che sono disponibili ed entusiasti.