Megumi Akanuma e Monica Frisone Foto: Francesca D’Aloisio Pesce

Megumi Akanuma e Monica Frisone
Foto: Francesca D’Aloisio Pesce

Monica Frisone è un’artista genovese che disegna e crea quadri e bijoux d’autore, opere realizzate rigorosamente a mano apprezzate da un pubblico e da una clientela internazionali. 

Una donna che ha scelto di essere propositiva, di guardarsi dentro e di svelare attraverso l’arte la propria natura, la propria visione del mondo. Fin da piccola, Monica si riconosce diversa dalle persone a lei più vicine e intuisce forte in sé l’esigenza di esprimere la sua unicità, che chiede di essere vissuta. Per questo motivo, dedica molti anni a studiare, a indagare se stessa, a fare esperienze in ambiti diversi, prima di trovare il coraggio di rispondere a quella che lei definisce “la chiamata” attraverso l’attività artistica. Il bagaglio che oggi Monica porta con sé è pieno di incontri e di esperienze che le hanno fatto da specchio per imparare a riconoscere se stessa attraverso gli altri e a mettersi in gioco. 

Monica, il suo lavoro racconta l’arte dei gioielli e i gioielli dell’arte con il linguaggio dei simboli. In che modo? “Ritengo che l’essenza vera della realtà risieda nelle idee, in ciò che possiamo percepire con l’anima, di conseguenza è per me essenziale legare il mio lavoro artistico al mito, al simbolo, al significato profondo celato dietro l’immagine visibile. La relazione tra Arte e Simbolo ha sempre accompagnato l’essere umano nel suo percorso evolutivo, dal Paleolitico in poi, ma l’uomo contemporaneo sembra avere in gran parte perso il senso recondito dell’arte. Con le mie opere, siano esse quadri o bijoux d’autore, cerco di veicolare la trasmissione del simbolo stesso, matrice di una realtà “altra”, affinché si possa recuperare l’arte quale forma di comunicazione e strumento di indagine interiore. I bijoux d’autore, cioè “ornamenti ad alto potenziale creativo realizzati con materiali non preziosi”, secondo la definizione ufficiale, sono un manufatto artistico accessibile in modo immediato ai più, dunque un canale di accesso all’arte almeno in apparenza più facilmente percorribile di altri da parte del comune fruitore”.

Svetla Vassileva

Svetla Vaselina

A Genova e nel mondo, chi sono le sue clienti e in cosa si distinguono? “I miei monili vogliono essere gioielli d’arte da indossare, sculture da corpo, la cui preziosità risiede soprattutto nella creatività dell’artista. A ciò, aggiungo che un gioiello dovrebbe essere visto anche come prolungamento del suo indossatore: la scelta di un particolare monile, evocativo ed insolito, rivela molto del suo possessore così come già la preferenza per l’opera d’arte al semplice accessorio. Mi rivolgo principalmente a donne curiose del mondo, che sappiano riconoscere il valore di un’idea, che abbiano sensibilità artistica, interesse all’indagine interiore e desiderio di conoscenza, dotate di una forte personalità che le conduca lungo percorsi poco battuti. La natura ci ha reso unici, ma abbiamo paura di essere peculiari. Le mie clienti devono essere invece capaci di non spegnere la propria ispirazione e la propria immaginazione, giocando con l’estetica, godendo del piacere correlato al bello, ma ricercando anche l’intima essenza delle cose e il messaggio che esse celano”.

Le sue collezioni sono tematiche. L’ultima, I gioielli della Lirica, è interpretata dalle grandi signore dell’opera. Quali? “Vedere dal vero un’opera lirica è come intraprendere un viaggio, non solo geograficamente ma anche temporalmente e psicologicamente: ci si ritrova immersi in un’altra epoca, nella vita e nella dimensione umana dei personaggi. Gli spettatori sono empaticamente catturati, percepiscono emozioni, sentimenti, suoni. È il potere dell’arte. Ed è quello che mi ha spinta a dedicare una serie esclusiva di bijoux d’autore alle grandi signore di quel mondo, essendo l’opera lirica il trionfo del femminile. A ben guardare, infatti, tutte le protagoniste dell’opera sono destinate a fine prematura, tuttavia è proprio la “primadonna” ad essere la massima fonte del godimento.

Il mio viaggio virtuale è cominciato nella magia dell’antico Egitto, con la celeste Aida, “forma divina”, uno dei miei primi ricordi d’infanzia e per questo a me molto caro; ho proseguito il viaggio fino a Pechino, nel “tempo delle favole”, con la Turandot, per poi spostarmi a Nagasaki, omaggiando la giovanissima Chōchō-san, più nota come Madama Butterfly; infine sono giunta nella Scozia della nera lady Macbeth, contraddittoria, risoluta, la nera luce di un’anima in bilico tra un bene apparente e un male reale. Ho inoltre avuto modo di poter incontrare e conoscere alcune autorevoli interpreti femminili che mi sono state di grande aiuto nell’approfondimento dei personaggi, a loro e alle persone che mi sostengono in questo percorso di studio va la mia gratitudine.

In particolare, la soprano giapponese Megumi Akanuma, ambasciatrice di Genova nel mondo e “Cavaliere d’arte” per meriti culturali e artistici, che ha cantato nei più prestigiosi templi della lirica italiani, tra cui il Teatro Regio di Parma, e le due interpreti dell’Aida che è appena andata in scena al Teatro Carlo Felice di Genova, Svetla Vassileva, soprano bulgaro che ha cantato in alcuni fra i più grandi teatri del mondo, e la giovane e molto promettente Maria Teresa Leva, dal timbro prezioso e di rara bellezza”.

Maria Teresa Leva

Maria Teresa Leva

Quadri e gioielli fatti uno per l’altro. Ci racconta un aneddoto? “I miei dipinti e i miei bijoux d’autore nascono dallo stesso approccio e hanno per me lo stesso significato creativo: i gioielli non devono essere intesi come una miniatura di un’opera, ma una diversa declinazione del lavoro artistico, con un concetto e una storia ben precisa.

Molto spesso, quadro e gioiello nascono insieme, l’uno a completamento dell’altro, compartecipi della stesura dello stesso racconto. Posso citare un paio di esempi di questa interconnessione tra pittura e scultura da indossare. Il primo esempio è relativo ad una mia personale dedicata al Mito greco, tenutasi qualche anno fa nella rinascimentale “città ideale” di Pienza. In quell’occasione, fu interessante riuscire trovare un fil rouge che unisse, per ciascuno dei miti scelti, entrambe le creazioni in mostra: ad esempio, per il mito della Pallade Atena, raffigurata a cavallo, armata di lancia, fu possibile grazie all’egida, ricreata su un pendente circolare che richiamava alla mente lo scudo magico con al centro la testa della Gorgone.

Oppure, risalendo fino al delta del Nilo predinastico, dedicai un mio quadro a Wadjet, un primigenio cobra di sesso femminile che divenne la divinità più alta e venerata, alla quale mi sono ispirata per diversi bijoux, seguendone l’evoluzione iconografica che, di volta in volta, la vedeva cobra alato, serpente con un disco solare tra le spire, infine sinuosa dea nera, la kundalini che si dispiega e dona il risveglio del potere”.

Cala il sipario su questa narrazione in attesa di conoscere la prossima collezione di Monica Frisone. La curiosità è tanta…