Sono nata a San Pietroburgo, allora ancora Leningrado, una città sull’acqua, una città fantasma, spettrale. È come Venezia, che ho conosciuto e della quale mi sono innamorata molto più tardi, si trova al crocevia di due elementi, l’aria e l’acqua. Forse è per questo che il mio rapporto con Venezia si è sviluppato così rapidamente ed è stato come un reciproco riconoscimento di ciò che entrambi una volta sapevamo. Sì, Venezia, ha un fascino magico, sa sedurre, far innamorare di lei, sa spezzare spietatamente le sorti umane. È onnipotente ed è autosufficiente. In fin dei conti, si trova al crocevia di due mondi: “questo”, vivo e presente, subordinato a tutte le leggi distruttive del caos, e “quello” eterno, sul quale il caos terreno non ha più potere.

Ma Venezia è certamente scaltra: ti porge il volto luminoso, in fiore, seducente come una vergine ma anche sbiadito irrimediabilmente di una vecchia e squallida bagascia imbellettata sciattamente il cui antico fascino è ripugnante per Il semplice osservatore. Sono le sue burle. E queste burle sono spaventose e ipnotiche allo stesso tempo. La città dei lupi mannari.

Eppure Venezia è il purgatorio che ognuno di noi dovrà attraversare prima di scomparire definitivamente nell’eternità. Per me, questa città è un riflesso del nostro passato e del nostro futuro. Come il passato e il futuro delle migliaia e migliaia di altri mortali che la attraversano. L’eterna Venezia.

Venezia è un pretesto per buttare un occhio su a cui ci prepariamo nell’arco di tutta la nostra vita, su ciò a cui aspiriamo con tutta la nostra anima e su ciò di cui abbiamo così disperatamente, inspiegabilmente, paura, alla non esistenza, all’eternità, alle origini.