Tarocchi narranti, Arcani veneziani (Erga edizioni), è il nuovo libro di Elisabetta Rossi, giornalista tarologa, che con Michele Alassio, fotografo veneziano, affronta il mistero antico di settantotto carte, gli Arcani che compongono il mazzo dei Tarocchi. Di queste carte, i ventidue Arcani maggiori sono il risultato del percorso fotografico curato da Michele Alassio nella città lagunare. A Elisabetta Rossi, che tra l’altro collabora con la nostra testata, abbiamo rivolto alcune domande. Un libro sulla lingua dei Tarocchi, un linguaggio antico e allo stesso tempo sperimentale…

Perché questa passione e come nasce?
“Sono convinta che certe scoperte, in fondo, le hai da sempre a portata di mano, ma te ne accorgi solo in un preciso istante. Ho studiato a Londra la lingua dei Tarocchi come mezzo di comunicazione alternativo e mi sono diplomata secondo il metodo di Liz Greene, psicoanalista junghiana. I Tarocchi sono un sistema simbolico psico – narrativo. E come Calvino ne Il Castello dei destini incrociati ho sperimentato che con le infinite combinazioni dei simboli è possibile narrare tante vicende. L’universo è composto da storie, non da atomi. E ogni storia è unica e irripetibile e vale la pena di essere raccontata. I Tarocchi sono anche un sistema simbolico divinatorio. L’arte della divinazione, così diffusa in ogni cultura, mi ha sempre affascinato. Nei miei studi, ma anche nei miei frequenti viaggi di lavoro, in qualsiasi città o paese capitassi, se avevo del tempo a disposizione, mi mettevo alla ricerca di un cartomante, di un veggente, di uno studioso, insomma di chi potesse svelarmi qualcosa di misterioso. In ogni luogo e in ogni comunità, infatti, si nasconde qualcosa di misterioso, leggendario, fantomatico, con dosi variabili di realtà e fantasia. Non sono mai tornata a casa a mani vuote.

Qual è l’origine dei Tarocchi?
C’è chi parla di un libro rivelato, chi teorizza possano essere l’opera di un gruppo di uomini realizzata nel tempo che ha attraversato numerose generazioni e chi, come alcuni alchimisti, ipotizza che siano frutto di un solo autore che visse attraverso diversi secoli…”

Perché ritiene che i Tarocchi, come emerge dal suo scritto, sono utili alla letteratura, alla pittura, alla fotografia?
“Perché possono aiutare nel superamento dei blocchi creativi, ciò che gli scrittori definiscono “pagina bianca” e i pittori “tela bianca”. E possono essere un incentivo, un incoraggiamento a fare ciò che mai avremmo immaginato di fare…”

Ha un aneddoto in merito da raccontare?
“Sì, riguarda il lavoro di Emilio Vedova come insegnante presso l’ Accademia di Belle Arti di Venezia. Quando un allievo si trovava paralizzato di fronte alla tela bianca, incapace di procedere, vittima dell’ inibizione, il maestro interveniva immergendo uno spazzolone in un secchio di colore e imprimendo un violento colpo sulla tela. Questa offesa traumatica sortiva un effetto immediato; l’allievo liberato dall’angoscia e dall’inibizione poteva procedere nel suo lavoro. Il gesto del maestro contiene una duplice verità. La prima verità è che se l’arte, come dichiara Lacan, è una “organizzazione del vuoto”, questo non significa affatto che il vuoto sia un dato di partenza per l’artista. Piuttosto si tratta di produrre il vuoto come condizione basica di ogni processo creativo. Il colpo di spazzolone che si getta con forza sulla tela immacolata cerca il vuoto, cerca l’aria, l’ossigeno. Il vuoto della tela, infatti, non è affatto vuoto. Il vuoto della tela bianca non è mai vuoto. È piuttosto sempre troppo pieno”.

Pieno di cosa?
Di tutta la storia dell’ arte, di tutte le immagini già viste nell’ arte che ci ha preceduti. La tela bianca è affollata di saperi, di opere, di citazioni, di stereotipi, di ciò che è già stato fatto, visto e conosciuto. Ogni tela, ogni pagina porta su di sé il peso di ieri. È una stratificazione invisibile di memoria. Filosofie dell’arte, standard della composizione, esperienze pittoriche, citazioni, correnti di pensiero, stili, maniere, tutto un sapere invisibile ma denso si deposita sul bianco ricoprendolo di una ragnatela impercettibile che genera sudditanza e inibizione”.

In definitiva, cosa ci insegna il colpo di spazzolone del Maestro?
“Se il pieno non si svuota non c’è possibilità di creazione. È necessario un azzeramento preliminare, una sospensione, uno svuotamento di questo pieno. Nondimeno questo gesto ci mostra anche che la presenza ingombrante di segni morti non è mai un’esperienza contingente. La tela bianca è sempre piena di saperi morti, di elementi inerti, di ideali monumentali, di opere irraggiungibili. Ogni processo creativo eredita la memoria di ciò che è già avvenuto. Ma questa eredità può essere tradita nella forma della ripetizione scolastica oppure può dare vita ad un atto autenticamente creativo.

Il colpo di spazzolone vuole allentare l’obbedienza del soggetto alle regole codificate della tradizione affinché qualcosa di nuovo possa venire alla luce. Per questo occorre fare il vuoto, occorre una quota necessaria di oblio, una dimenticanza, una sospensione di quel codice. La condizione di possibilità di ogni processo creativo è che vi sia vuoto. Altrimenti il soggetto resta ipnotizzato dalla tela bianca, resta trattenuto perché ogni atto sarebbe inadeguato rispetto all’ideale della tradizione. Accade anche ai nostri studenti davanti alla propria tesi di laurea. Bisogna dimenticare quello che si è letto, quello che già si sa, occorre fare il vuoto, per provare a dire qualcosa di proprio. Per questo per Vedova essere pittore significava, come egli usava dire, essere tutti i giorni sull’ orlo del precipizio, sul bordo del vuoto”.

In questo processo creativo ha un ruolo anche la nostra provenienza?
“Certamente, è qualcosa che riceviamo in eredità con le tracce di coloro che ci hanno preceduto. Noi ereditiamo le parole e le storie degli altri. Di chi è venuto prima”.

Quindi, siamo noi gli autori del libro della nostra storia o sono gli altri?
“Siamo narrati e narratori allo stesso tempo. Più grandi del nostro Io anagrafico, quello della carta d’identità tanto per intenderci. La lingua dei Tarocchi ci porta a sperimentare il nostro Io grande. Non serve dire: ’Ci credo o non ci credo’ ma serve conoscere, allargare il nostro punto di vista fino a farlo diventare un ampio orizzonte. Trasformarci in esploratori e superare i condizionamenti sociali e culturali che ci limitano. Tutto questo ha un prezzo ma se dovessimo rinunciare ci perderemmo il più bello”.

La nostra vita, ci dicono i Tarocchi, non è dunque un romanzo già scritto…
“Nessuno di noi sa chi è veramente. Siamo tutti un po’ Edipo, l’Edipo di Sofocle non quello di Freud.
Perché a volte ignoriamo la storia che ci ha preceduto. Ogni racconto ha un mistero inconfessabile. Nessuno di noi è padrone pienamente delle proprie origini.
Questo libro vuole portarci lì. Nel mondo dell’altrove”.

Le immagini simboliche dei Tarocchi, questi vocaboli figurati, possono essere la porta di entrata per questo percorso di autoanalisi?
“I tarocchi parlano il linguaggio dell’inconscio e ci accompagnano in un luogo dove ognuno di noi è assolutamente colpevole e assolutamente innocente allo stesso tempo. Come Edipo, appunto. La forza straordinaria di questo lessico è che ci permette di diventare consapevoli dei nostri problemi e di superarli. I Tarocchi aiutano a individuare la visione autentica e non convenzionale della vita, a fare domande, a comprendere che nulla è irrimediabile ma solo incompleto. E in questo percorso di conoscenza i bambini e gli animali sono i veri Maestri (e non viceversa)”.

Perché i bambini e gli animali?
“Perché ‘io sono grande’ i bambini lo sanno e giocano a qualsiasi ruolo della vita, senza inibizioni. Perché sono maestri di metafisica e, infatti, vivono con l’amico immaginario. Perché non si fanno problemi a comunicare, ad esempio, con il loro cane o con altri animali, assolutamente colpevoli, come dicevo, e assolutamente innocenti”.

Il libro Tarocchi narranti, Arcani veneziani è in vendita con allegato il mazzo degli Arcani veneziani il cui retro è la elaborazione grafica di Michele Alassio del tessuto Morosini di Rubelli, azienda familiare nata a Venezia nel 1858 che produce e commercializza preziosi tessuti per l’arredamento di alta gamma. Nelle librerie è distribuito in anteprima nel Veneto e in Liguria e sarà presente sul mercato nazionale alla fine del mese di settembre. È acquistabile online su www.erga.it

 

Elisabetta Rossi, spezzina di nascita, genovese per formazione accademica, veneziana per destino.

Giornalista nella redazione de Il Giornale, diretto da Indro Montanelli, si diploma a Londra nella lettura psicologica dei Tarocchi Mitologici secondo il metodo di Liz Greene, presso The Mythic Triumphs Centre.

Ha pubblicato: Racconti colpevoli, racconti brevi ,Albatros; Arte Sacra, in Italia terra d’amore, arte e sapori, EWWA, European Writing Woman Association; Particelle d’amore, in Il primo europeo – Neanderthal – Tracce di una specie scomparsa” di Sabina Marineo. Collabora con diverse testate giornalistiche on line.

Michele Alassio, fotografo veneziano di fama internazionale. Ha collaborato con le principali riviste del mondo sia nel campo del reportage artistico che quello della comunicazione pubblicitaria.

Ha realizzato serie in edizione limitata e numerata per progetti ispirati ai casi neurologici descritti da Oliver Sacks, o alla letteratura Borghesiana, utilizzando il mezzo fotografico per dare un’ immagine a concetti e sentimenti che ne sono privi.

Le sue fotografie fanno parte delle maggiori collezioni mondiali. Ha esposto al M.o.M.A. di New York, al Reina Sofia di Madrid, al ROS Center di San Pietroburgo, alla Triennale di Milano. www.michelealassio.com