Viviana Del Bianco è la direttrice del Festival N.I.C.E., una manifestazione che nasce con l’obiettivo di promuovere il nuovo cinema indipendente italiano all’estero, dagli Stati Uniti alla Russia presentando lungometraggi tra le migliori produzioni italiane indipendenti emergenti.

E’ un Festival unico che da sempre riesce ad inglobare varie categorie del cinema italiano: i film che hanno partecipato e vinto famosi Festival internazionali (Matteo Garrone, Matteo Rovere, Paolo Sorrentino e Valeria Golino), lavori documentaristici, i migliori cortometraggi di giovani registi, il cinema d’autore, e alcuni film che senza questo festival rimarrebbero sconosciuti ad una parte di pubblico straniero.

Il N.I.C.E. rappresenta uno sguardo incondizionato su quello che è il nuovo modo di raccontare l’Italia attraverso l’arte del cinema. Grazie agli incontri e ai seminari con gli studenti, con critici, registi, direttori di altri festival, scambi culturali e workshop, la missione del N.I.C.E. rimane così fedele alla sua missione iniziale: quella di raccontare il nuovo cinema italiano negli Stati Uniti, in Europa e in Russia .

Come nasce il Festival N.I.C.E.? Siamo arrivati a 27 anni in Russia e a 30 negli Stati Uniti. Al tempo mi occupavo del cinema americano a Firenze e del Festival dei Popoli quando mi è venuta l’idea di fare un festival sul nuovo cinema italiano negli Stati Uniti dedicato ai giovani autori. Provenivo da un festival indipendente americano dove c’erano grandi nomi del cinema come Scorsese, Sean Pean e mi sembrava logico che toccasse a noi fare un festival sul cinema italiano all’estero. Quando sono andata al Ministero mi ricordo che mi hanno detto scherzando: “Ma lei è sicura, è proprio convinta di voler iniziare questa avventura?” Io ero decisa perché come ci deve essere spazio per i grandi registi e i grandi autori del passato come Fellini, c’è bisogno assolutamente di portare i giovani in giro per il mondo con i loro lavori.

All’inizio eravamo pochissimi a crederci, i distributori hanno accettato questa nostra idea e siamo partiti con la prima edizione negli Stati Uniti ed è andata bene.

Ho trovato persone che mi hanno aiutato molto, ricordo Susanna Agnelli come Ministero degli Affari Esteri e poi i Beni Culturali, non è stato facile costruire questo Festival negli anni, ma è stato bellissimo. In seguito abbiamo pensato di allargare il Festival in altre nazioni come Israele, Marocco, Australia, Cina dove le sale erano sempre piene di spettatori locali. Poi ho capito che non era utile andare in tanti paesi e così ho deciso di concentrare le nostre forze in due paesi, negli Stati Uniti e in Russia, luoghi che amo molto dove il cinema è importante, due mondi agli antipodi con città straordinarie.

All’inizio non è stato facile in Russia però ho trovato una persona splendida che ci ha aiutato molto a sviluppare il nostro festival che è il critico cinematografico Naum Klejman, uno dei più importanti al mondo, ho imparato molto da lui e mi ha aiutato a scoprire tantissimi registi giovani russi molto bravi, siamo partiti con tante difficoltà, ma è andata bene, ho scoperto un popolo con una grandissima cultura e fame di cinema.

Qual è lo scopo del Festival N.I.C.E.? Lo scopo del nostro Festival è quello di far scoprire il nuovo cinema indipendente italiano all’estero e il cinema del Paese dove noi siamo ospitati in Italia. In tutti i posti dove siamo stati ci hanno sempre accolto molto bene, non siamo mai stati considerati come ospiti, abbiamo sempre lavorato con pochissimi fondi, ma sempre con grande passione, collaborando con grandi nomi del cinema italiano, ricordo Sorrentino, Matteo Garrone e Valeria Golino. È stato un lavoro duro che ci ha dato però grandi soddisfazioni negli anni, è bellissimo oggi ricordare trent’anni di N.I.C.E. e anche se stiamo vivendo una situazione difficile siamo comunque ottimisti. C’è voluto tempo, tuttavia, pazientemente, siamo riusciti nell’intento.

Recentemente avete deciso di portare il meglio del cinema russo a Firenze? Questa manifestazione nasce tre anni fa quando abbiamo deciso che era il momento di riportare il cinema russo contemporaneo a Firenze con tanti registi russi giovani emergenti. Cerchiamo di dare uno spaccato della migliore cinematografica russa contemporanea ed é importante perché anche se il cinema russo era già in altre città italiane a Firenze mancava da tanti anni. Portarlo a Firenze è stato un grande successo, questa terza edizione la dovremo fare per forza on line a fine luglio a causa del coronavirus.

Come è stata l’accoglienza del cinema italiano in Russia quando avete iniziato? Era da poco caduto il muro di Berlino, all’inizio siamo partiti da Firenze un po’ all’arrembaggio, non è stato facile, andavamo al Museo del Cinema di Mosca che era bellissimo con quattro grandi sale, ma era in pessime condizioni. La cosa bella era la partecipazione dei ragazzi che avevano voglia di un altro tipo di cinema da quello a cui erano abituati, qualcosa di diverso, che poteva essere uguale a loro e confondersi con loro, ma dargli nuovi stimoli. Tutto era straordinario perché i giovani avevano voglia di partecipare a questi incontri dove si svolgeva un discorso parallelo tra di loro e tra registi, si scambiavano idee e si confrontavano. Da Mosca a San Pietroburgo siamo riusciti nel tempo ad allargare il Festival e portarlo in ben 24 città.

Quanto sono importanti eventi come il vostro Festival per il cinema italiano? Importantissimi, questi scambi uniscono i popoli e le nazioni. Il cinema porta a lavorare insieme, per esempio in Russia andiamo in 24 città da Mosca a San Pietroburgo fino agli Urali, tutte queste città hanno grandi differenze tra loro e hanno bisogno di incontrarsi e collaborare. Bisogna unirsi per avere un cinema internazionale e importante a livello mondiale, non bisogna lavorare separati, in Italia non è tanto semplice far passare questa idea, ci si fa la guerra a vicenda, ma è sbagliato.

Come vengono selezionati i film? C’è un comitato di selezione tra i quali c’è Michele Suma direttore del festival di Monopoli, Stefano Albertini direttore della Casa italiana Zerilli Marimò, Naum Kleiman presidente del Centro studi culturali Ėjzenštejn , il Festival dei popoli, Anna di Martino della Cineteca di Bologna, i gemellaggi che servono proprio ad allargare la collaborazione, Mario Sesti del Festival del cinema di Roma per i documentari. Non abbiamo un tema specifico, per noi l’importante è l’opera e che dica qualcosa al mondo della società in cui viviamo. I giovani sono bravissimi in Italia anche se non sono molto considerati, ultimamente abbiamo anche aperto ai documentari perché possono rispecchiare meglio la nostra società. Il cinema ha la capacità di offrire non solo svago, sogno, evasione dalla realtà, ma anche di facilitare la comprensione di ogni aspetto della società contemporanea anche quando quest’ultima risulta dura e difficile. A questo fine è importante trovare commedie, drammi, documentari per appagare ogni tipo di preferenza e nella selezione rappresentare la varietà e cogliere l’originalità del cinema italiano dei giovani autori ai quali auguriamo il successo.

Che ruolo pensi possa avere l’arte e il cinema in un momento così difficile? In un momento molto difficile come questo è importante dare spazio all’arte e alla cultura che in questo Paese è considerata poco, come dice Tommaso Sacchi siamo considerati l’ultimo scalino, c’è bisogno di ripartire, la cultura è fondamentale. Noi abbiamo sempre voluto esserci in tanti momenti difficili perché è molto importante, ricordo che dopo la caduta delle Torri Gemelle siamo riusciti a fare la nostra edizione del Festival e gli incontri sono andati molto bene, i giovani ci ringraziavano. Abbiamo sempre voluto esserci anche quando quel terribile uragano aveva allagato parte di Washinton e di New York. Devo molto al Comune di Firenze e alla Regione toscana per averci creduto e sostenuto nel tempo.

La prossima edizione? Per la prossima edizione abbiamo tutto pronto e siamo intenzionati a farla, però decideremo solo più avanti sperando che le cose migliorino, dobbiamo aspettare la fine di agosto per vedere come sarà la situazione.

Come lo definirebbe il vostro Festival? Definire il nostro Festival non è facile, lo definisco un rapporto umano con il mondo del cinema. Non siamo un Festival che vive di grandi finanziamenti, ma a noi piace così, vogliano far relazionare i registi, poter mangiare un panino insieme al direttore di un cinema, agli attori, ai registi. Con l’on line è difficile perché per collaborare il contatto diretto è il migliore in assoluto e questa situazione adesso penalizza questo aspetto. Durante i nostri incontri ho visto molti ragazzi conoscersi e poi collaborare insieme. Quando facevo il Festival americano nel ‘82-‘83 ricordo registi come Scorsese e Torturro che allora erano giovani darmi una mano a portare avanti il Festival. Ci siamo conosciuti da giovani in un momento importante della vita, abbiamo fatto unità e per questo abbiamo collaborato anche in seguito.